Fuori sesto. (di Stelio W. Venceslai)

March 23, 2016

 

Nel 2050, secondo proiezioni demografiche degne di fede, in Italia l’84% della popolazione sarà a carico del restante 16% che lavora.

Credo che questa valutazione debba far riflettere un po’ tutti, soprattutto coloro che si arrogano il diritto di far politica in nome e per conto degli Italiani.

A nessuno, in realtà, sembra che faccia piacere andare di là dal quotidiano. O non ne hanno la stoffa o sono troppo occupati a rubare, ma se si vuole fare politica, occorre avere la capacità di penetrare il futuro e di organizzare il presente riguardo ai prevedibili cambiamenti.

Stiamo vivendo una crisi epocale di cui sembra non ci si voglia rendere conto. L’unica cosa importante sembra essere il risultato di questa o di quella primaria, se Bassolino o Marino faranno una lista propria, se Storace e Salvini potranno mai andare d’accordo, se Berlusconi è bollito del tutto, oppure ha ancora qualche chance, se Renzi sopravvivrà al referendum oppure no. Chiacchiere da pollaio.

Le vere questioni sono altre, molto al di fuori e molto al di sopra di queste italiche.

L’Europa, rappezzata da inutili consessi, ha perduto il suo smalto. Agonizza nelle chiacchiere mentre, a torto od a ragione, si fanno strada i nazionalismi sopiti. D’altro canto, nel vuoto d’idee e d’ideali, qualcosa dovrà pur venir fuori e non c’è nulla di meglio che guardare indietro.

Il fatto è che le situazioni cambiano.

Nel 2050 i popoli occidentali (americano, latino americano ed europeo, Russia compresa) rappresenteranno, al massimo, il 23% della popolazione mondiale e, cioè, nulla rispetto al secolo scorso, quando il resto del mondo era povero, non organizzato, militarmente incapace e politicamente opprimibile. Il declino demografico dell’Occidente è anche il declino delle antiche potenze europee. Nuovi attori sono comparsi sul pianeta e l’asse centrale delle relazioni politiche oscillerà sempre di più fra America ed Asia. L’Europa è la serva povera d’una nobile famiglia decaduta: vistosi palazzi, ricche chincaglierie, ma polvere e piccoli uomini.

Qual è il ruolo del nostro Paese in un contesto così diverso? Nell’euforia della polemica elettorale sono questioni che non si affrontano. Roma ha bisogno d’essere amministrata per rifare le strade, pulire i giardini, razionalizzare il traffico, riorganizzare i quartieri periferici perché non siano covi di spacciatori, prostitute e malaffare. Tutte cose importanti, ma non tali da impegnare politici seri, se ve ne fossero. Ma non ce ne sono.

Ogni giorno c’è qualcuno che va in galera, ogni giorno c’è un delitto malavitoso, ogni giorno si scopre una truffa, una struttura pubblica costata miliardi abbandonata, consiglieri regionali evasori di un Fisco spietato per una multa di sosta ma comprensivo per un eletto del popolo, ogni giorno una Banca trema e s’allontana la fiducia dei risparmiatori.

Dov’è la politica? Non può essere quella delle menzogne governative, degli intrallazzi fra maggioranza e profughi dall’opposizione, dei grandi annunci cui non crede più nessuno.

Facciamo la faccia feroce in Europa? Per fare che? L’Unione europea è morta, affogata dai suoi riti. Finirà com’è finita la Società delle Nazioni.

Nuove barriere si ergono nei Balcani, freschi di una libertà che non hanno ancora digerito. Siamo tutti Europei, abbiamo tutti creduto in un sogno d’integrazione di popoli che vivono nello stesso continente, ma alle prime difficoltà crolla tutto. Possibile che in un’Europa di quasi 600 milioni di abitanti 12.000 profughi alla frontiera greco-macedone, a Idomeni, non possano trovare accoglienza e debbano morire di freddo, di sete e di fame?

Anche qui la domanda è ovvia: dov’è la politica? Abbiamo sognato e creduto in un’Europa dei popoli. È finita in un’Europa delle banche e dei grandi speculatori finanziari.

Il nume della BCE, Draghi, immette liquidità nelle Banche. Evviva, il Paese è salvo! Siamo davvero sicuri che la tempesta stia passando? A giudicare dalle Borse e dalla situazione delle Banche è stato come prendere l’aspirina per curare l’Alzheimer. Se non c’è politica non bastano le manovre monetarie. Lo diciamo da anni, ma nessuno sta ad ascoltare.

Torniamo in Italia. Abbiamo tanti problemi, da noi, che è quasi eccessivo interessarsi di quelli degli altri.

Da noi la Corte dei Conti da diciassette anni non riesce a controllare la contabilità del Consiglio Superiore della Magistratura. Semplicemente, si rifiutano, perché sono un organo costituzionale. E allora? Non sono pagati, anche troppo bene, dal contribuente?

In Sicilia, la locale Agenzia delle Entrate ha 700 dipendenti (In tutto il Canada ce ne sono meno di 400) e quasi 900 consulenti. Chi scopre questo viene licenziato. Che si aspetta a chiudere la Regione, a rivedere seriamente le storture, le truffe, le complicità?

Ma il male non è siciliano, è endemico, passa per la Liguria, il Veneto, l’Abruzzo, le Marche, la Lombardia. E’ l’istituto regionale che va soppresso. Guai a parlarne: troppi interessi sommersi.

I processi e le denunce, ormai, si fanno solo in televisione. Le Istituzioni contano sempre di meno e costano sempre di più. Dov’è la politica? Solo a cincischiare se una donna incinta può fare la campagna elettorale. Ci si dovrebbe chiedere, invece, se ha la capacità di governare Roma.

I D’Alema e i Bersani risorgono contestando quel miserabile potere che hanno perduto. Dov’è il loro disegno politico, la proiezione nel tempo a venire delle loro idee? Non c’è nulla, solo malafede, invidie, levati tu he mi ci metto io, poi si vedrà.

Navigare a vista, pronti a tutti i compromessi, tipo il patto del Nazzareno, vergogna della Destra. E poi?

La dimensione dei nostri uomini politici, al netto della loro boria, è molto piccola, al punto che non valgono nulla. Li ascoltiamo la sera a ripetere le stesse cose: gli ottanta euro, il job act, il razzismo, le coliche del PD, le divisioni della Destra, le unioni civili, le riforme, e intanto ci sono quattro milioni di famiglie di poveri, i consumi continuano a scendere e la vita è sempre più precaria, sia per la sicurezza dei cittadini sia per arrivare alla fine del mese.

C’è un’impotenza generalizzata a governare, a pensare, a reagire. Un Paese in declino, con le Istituzioni inefficienti e malfamate, una burocrazia scontenta e scoraggiante, un’indifferenza rabbiosa dalla quale può scaturire di tutto.

Dov’è il futuro per un Paese fuori sesto?

 

 

Roma, 18 marzo 2016.

 

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